Bufale e brucellosi, tiro mancino alle eccellenze locali!!!

Oggi mi è stata dedicata una pagina sul mensile “www.piusanita.it” . L’articolo parla della mia vicenda di direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, e dell’abbattimento delle bufale in campania. Il testo completo è visionabile dal seguente link.

Testo:
L’ex direttore dell’istituto Zooprofilattico, Domenico Fenizia: «ogni piano proposto e’ stato un insuccesso, la mozzarella poco tutelata»
Riflettori mai spenti  sulla Psyco-Brucellosi tanto  da chiedersi: «É  tutta una bufala la mozzarella campana»? All’epoca dei fatti, per garantire l’eradicazione della  brucellosi  (brucellosis buffalo) fu  deciso  l’abbattimento  di  cinquantamila  capi risultati positivi  ai test  effettuati sul  territorio altamente  infettivo quale  quello dell’Asl 2 di Caserta.  Purtroppo, il ciclo di  questo “orrore” non si  è ancora
concluso, vista la grave situazione economica in cui oggi il settore versa: sono ben  cento gli  allevamenti in  forte crisi.  Inoltre, bisognerà  effettivamente verificare quali sono, ad oggi  i risultati di quest’opera di  bonifica condotta dalle strutture  sanitarie da  circa 50  anni. «É  l’ennesimo piano sanitario di risanamento  della brucellosi  del bufalo,  successivo ad  una serie  di  grossi insuccessi»,   dichiara   Domenico    Fenizia,   ex   direttore    dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, noto soprattutto per aver indicato strategie alternative  per il risanamento degli  allevamenti risultati positivi alla brucellosi. I  principi del D.M.,  afferma il Fenizia,  sono riferiti «alla profilassi  della  brucellosi  bovina», che  prevede  l’individuazione  dei capi sierologicamente  positivi all’infezione  ed il  loro rapido  abbattimento  onde evitare il  diffondersi del  contagio in  seguito alla  permanenza degli  stessi negli allevamenti. La suddetta  ordinanza, si differenzia dalle  precedenti solo per i maggiori  rimborsi destinati agli  allevatori, rimborso pari  a 1.000 euro per capo abbattuto. Di fatto, il danno  per gli allevatori è stato enorme se  si considera  il valore  del capo  abbattuto, stimato  di circa  3.000 euro  a  cui aggiungere i danni relativi alla  mancata produzione ed ovviamente al  costo per ripopolare  la  filiera,  precisando  l’obbligo  che  gli  allevatori  hanno nel ripopolare le proprie  aziende perché stabilito  dalla norma comunitaria  da cui derivano i fondi europei. Se ciò  non dovesse avvenire, la CE costringerebbe  lo Stato  a recuperare  i fondi  concessi agli  allevatori proprio  come si  è  già verificato per le quote  latte. «I danni per  il comparto zootecnico sono  stati enormi», sottolinea  ancora Fenizia  soprattutto per  l’erronea impostazione del piano  sanitario,  da  cui  è nato  un  contenzioso  scientifico  poiché non  si riconosce,  a tutt’oggi  la “specificità  bufalina”, attestata  più volte  anche dallo stesso Cnr.
Con l’abbattimento  del capo infetto, l’infezione si  diffonde ancora  più  rapidamente  perché  si  trova  di  fronte  una  popolazione   che, abbattimenti dopo abbattimenti, perde la memoria immunitaria della brucella.  Il rischio di reinfezione delle aziende, per così dire “risanate”, è ancora alto in quanto l’infezione  può trasferirsi  in circa  venti giorni  a tutti gli animali dell’allevamento.   Anziché   abbattere cinquantamila   capi,   senza  neanche risparmiare  quelli che  presentavano una  minima resistenza  all’infezione,  si sarebbero potuti vaccinare tutti i bufali, favorendo la selezione naturale degli animali genoresistenti garantendo così un sicuro e duraturo risanamento dalla brucellosi.

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