La Corte dei conti indaga sull’Istituto Zooprofilattico – IZSM

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CORONAVIRUS:

Sembra che le cose nell’ambito sanitario vanno chiarendosi, e di questo sono arcicontento. Ma il passato e la responsabilità individuali dei politici non possono essere cancellate. Ora, finalmente, si parla di vaccino, di cui onestamente mi sembra molto strano il ritardo della fabbricazione, perché, per le cose dette, potrebbe essere facilmente copiato da quello già a disposizione, usato nel settore aviare. Infatti, sappiamo bene che quel vaccino crossreagisce con quello umano (i corona crossreagiscono tra loro). Ma di questo ho paura che se ne vogliono appropriare in esclusiva le potentissime cupole che controllano il mercato, che sperano di fare affari d’oro (non ci dimentichiamo il caso Poggiolini e quello recente segnato dalla magistratura), sia strutturalmente per le concessioni, che per i ritorni di danaro. Allo stato, sono passati quasi due mesi e i prodotti vaccinali sono ben lungi dall’essere disponibili all’uso, anche se solo in via emergenziale.

Sentenza di appello, tribunale del lavoro di Napoli n. 2232/0.11, del 11 aprile 2011, riguardante il comportamento tenuto dal Commissario Straordinario dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno di Portici, dott. Antonio Limone, nei confronti dell’ex Direttore dott. Domenico Fenizia.

In merito all’accertamento di responsabilità del Dott. Antonio Limone nei confronti del Dott. Domenico Fenizia, di cui all’oggetto, segue provvedimento giudiziario di condanna con sentenza di secondo grado che si allega. Si unisce anche (tra le tante) l’interrogazione dell’On. Carlo Aveta, question time – seduta del 28 luglio 2010, nei confronti della quale le S.S.L.L. rimanevano in attesa dell’esito della sentenza di secondo grado. Considerato che ad oggi l’ordine del giudice non è stato rispettato si chiede specifico, immediato e commisurato intervento dell’autorità regionale per la tutela dei diritti dello scrivente con reintegra in servizio e relativo risarcimento del danno.

Domenico Fenizia

Considerazioni sulla validità dei controlli effettuati nelle aziende bufaline per la verifica di animali illegalmente trattati con vaccino RB51

Nel valutare le metodologie di controllo utilizzate dagli Organi sanitari per svelare gli allevamenti bufalini, sani od infetti, trattati illegalmente con vaccino RB51 si esprimono le seguenti considerazioni:

  1. l’RB51 è un ceppo (vivo ed attenuato) di brucella vaccinale liscio proveniente per selezione da un ceppo vaccinale Buk 19 (ceppo rugoso).
  2. L’RB51 rispetto al Buk 19 è un prodotto immunizzante che non rende positivo l’animale trattato (bufalo o bovini), se non infetto, agli esami di SAL, SAR ed FDC (esami utili a svelare gli anticorpi anti-brucella abortus o melitensis per contatto massivo degli organismi infetti con i ceppi patogeni),
  3. Di contro l’RB51 è un valido strumento utile ad immunizzare gli animali sani contro i ceppi selvaggi (B. abortus e B. melitensis).
  4. L’RB51, se inoculato in animali infetti, tende a ridurre l’eliminazione di brucelle patogene ed a nascondere, entro certi limiti, la malattia nei soggetti con specifica infezione conclamata (con probabile annidamento delle brucelle). Con il ridursi della fase acuta malattia (brucellosi) si riducono con l’andar del tempo anche gli anticorpi specifici, rendendo i soggetti infetti (anche se il germe è spesse volte annidato) e non, nel nostro caso i bufali, non identificabili mediante le prove di laboratorio. Queste, infatti, ricercano nel sangue degli animali trattati con vaccino RB51, esclusivamente, anticorpi  anti brucella patogena rugosa.
  5. In effetti l’RB51 ha la facoltà, essendo formato da ceppo batterico liscio, di determinare la formazione di anticorpi strutturalmente diversi  rispetto alle B. brute o del vaccino ceppo B:19, ma, comunque, permette ugualmente ad esse di conferire al soggetto una solida immunità cellulare (cross reazione).

Alla luce delle citate considerazioni, per svelare i soggetti trattati con RB51 in allevamenti bufalini, si è pensato (forse su consiglio del Centro di referenza per le brucellosi) di utilizzare un test cutaneo (con antigene brucellare specifico, brucellina) per svelare l’immunità cellulare residua ugualmente presente sia in animali infetti che vaccinati (con Buk 19 o RB51).

In questo caso non è stata adeguatamente valutata la scarsa affidabilità di questo test che viene considerato (per questo fine) inadatto dalla comunità internazionale perché influenzato:

  • a) dalla tipologia della specie animale da trattare (il bufalo con plica cutanea molto spessa e animale particolarmente sensibile all’inoculazione di qualsivoglia allergene),
  • b) dai diversi stati fisici del soggetti trattati nei diversi periodi di produzione,
  • c) dalla risposta crociata che si può avere con altri tipi di antigeni provenienti da altri ceppi batterici,
  • d) da naturali immunizzazioni di numerosi animali di allevamenti posti in territori infetti che sono guariti dopo aver  superato una piccola infezione brucellare. Infatti, i bufali dopo una specifica batteriemia non sempre si ammalano  di brucellosi, rimanendo immunizzati (immunità cellulare) con reazione cronica sia nei riguardi del germe patogeno che dei ceppi vaccinali Buk 19 e RB51 (spessissimo questi animali, per lo più vitelli al disotto di un anno, di fronte all’insulto di poche brucelle patogene entrate nel circolo sanguigno, ma non annidate – batteriemia-, riescono brillantemente a superarlo ed a restare immuni). E’, infatti, la pratica di abbattimento che tende a selezionare soggetti divenuti  resistenti perché, in territorio infetto, sono riusciti a superare l’infezione ed a rimanere per questo immunizzati (questa immunità è frequente ed elevata: si tratta di immunizzazione di tipo cellulare, quindi, svelabile con il test cutaneo alla brucellina). Ricordiamo che (diversamente da quella cellulare) l’immunità umorale  è espressione comune sia dei germi patogeni (brucelle da strada) che dai relativi ceppi vaccinali (RB51 e Buk 19). I relativi anticorpi prodotti non cross reagenti tra loro (anticorpi anti RB51 non sono identificabili con  gli esami utilizzati per le brucelle patogene e per le brucelle vaccinali B. 19) possono essere evidenziati separatamente attraverso gli esami sierologici di Sal, Sar e di FDC eseguiti con i collegati antigeni.

La presenza di un’alta o bassa immunità cellulare nell’allevamento bufalino di un territorio infetto,  come quello della provincia di Caserta (con alta presenza di brucelle patogene libere disseminate nell’ambiente), non è da considerare  sfavorevole, bensì elemento di garanzia per la resistenza all’infezione (memoria immunitaria). Diversamente, non ci sarebbe risanamento, perché i bufali, inesorabilmente, sprovvisti di resistenza, si reinfetterebbero di volta in volta.

Pertanto, non si può condividere l’iniziativa di utilizzare la brucellina per identificare gli allevamenti illegittimamente vaccinati, perché tale indagine non dà certezza di risultato, bensì, svela una immunità cellulare di indeterminabile origine che, se presente, non può che favorire il risanamento dell’allevamento bufalino. Diversamente, in alternativa al predetto controllo, converrebbe, per accelerare il raggiungimento dell’obiettivo del pieno risanamento, procedere al controllo, a campione, degli animali eliminatori di brucelle per identificare con esattezza gli allevamenti che, pur non rispondendo positivamente ai test di SAL, SAR ed FDC, sono nei fatti da isolare e controllare con dovizia.

Domenico Fenizia

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Allarme brucellosi, dopo Caserta anche Salerno.

Nuovo articolo sul mensile Più Sanita:

L’emergenza dei capi bufalini infetti, divampata negli anni scorsi in provincia di Caserta e domata soltanto nel 2009, colpisce adesso un allevamento di Capaccio Scalo, a Paestum. abbattute ventuno bestie… 

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Bufale e brucellosi, tiro mancino alle eccellenze locali!!!

Oggi mi è stata dedicata una pagina sul mensile “www.piusanita.it” . L’articolo parla della mia vicenda di direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, e dell’abbattimento delle bufale in campania. Il testo completo è visionabile dal seguente link.

Testo:
L’ex direttore dell’istituto Zooprofilattico, Domenico Fenizia: «ogni piano proposto e’ stato un insuccesso, la mozzarella poco tutelata»
Riflettori mai spenti  sulla Psyco-Brucellosi tanto  da chiedersi: «É  tutta una bufala la mozzarella campana»? All’epoca dei fatti, per garantire l’eradicazione della  brucellosi  (brucellosis buffalo) fu  deciso  l’abbattimento  di  cinquantamila  capi risultati positivi  ai test  effettuati sul  territorio altamente  infettivo quale  quello dell’Asl 2 di Caserta.  Purtroppo, il ciclo di  questo “orrore” non si  è ancora
concluso, vista la grave situazione economica in cui oggi il settore versa: sono ben  cento gli  allevamenti in  forte crisi.  Inoltre, bisognerà  effettivamente verificare quali sono, ad oggi  i risultati di quest’opera di  bonifica condotta dalle strutture  sanitarie da  circa 50  anni. «É  l’ennesimo piano sanitario di risanamento  della brucellosi  del bufalo,  successivo ad  una serie  di  grossi insuccessi»,   dichiara   Domenico    Fenizia,   ex   direttore    dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, noto soprattutto per aver indicato strategie alternative  per il risanamento degli  allevamenti risultati positivi alla brucellosi. I  principi del D.M.,  afferma il Fenizia,  sono riferiti «alla profilassi  della  brucellosi  bovina», che  prevede  l’individuazione  dei capi sierologicamente  positivi all’infezione  ed il  loro rapido  abbattimento  onde evitare il  diffondersi del  contagio in  seguito alla  permanenza degli  stessi negli allevamenti. La suddetta  ordinanza, si differenzia dalle  precedenti solo per i maggiori  rimborsi destinati agli  allevatori, rimborso pari  a 1.000 euro per capo abbattuto. Di fatto, il danno  per gli allevatori è stato enorme se  si considera  il valore  del capo  abbattuto, stimato  di circa  3.000 euro  a  cui aggiungere i danni relativi alla  mancata produzione ed ovviamente al  costo per ripopolare  la  filiera,  precisando  l’obbligo  che  gli  allevatori  hanno nel ripopolare le proprie  aziende perché stabilito  dalla norma comunitaria  da cui derivano i fondi europei. Se ciò  non dovesse avvenire, la CE costringerebbe  lo Stato  a recuperare  i fondi  concessi agli  allevatori proprio  come si  è  già verificato per le quote  latte. «I danni per  il comparto zootecnico sono  stati enormi», sottolinea  ancora Fenizia  soprattutto per  l’erronea impostazione del piano  sanitario,  da  cui  è nato  un  contenzioso  scientifico  poiché non  si riconosce,  a tutt’oggi  la “specificità  bufalina”, attestata  più volte  anche dallo stesso Cnr.
Con l’abbattimento  del capo infetto, l’infezione si  diffonde ancora  più  rapidamente  perché  si  trova  di  fronte  una  popolazione   che, abbattimenti dopo abbattimenti, perde la memoria immunitaria della brucella.  Il rischio di reinfezione delle aziende, per così dire “risanate”, è ancora alto in quanto l’infezione  può trasferirsi  in circa  venti giorni  a tutti gli animali dell’allevamento.   Anziché   abbattere cinquantamila   capi,   senza  neanche risparmiare  quelli che  presentavano una  minima resistenza  all’infezione,  si sarebbero potuti vaccinare tutti i bufali, favorendo la selezione naturale degli animali genoresistenti garantendo così un sicuro e duraturo risanamento dalla brucellosi.